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Studio
multicentrico retrospettivo sulla efficacia dell'ozonoterapia
paravertebrale
intramuscolare nelle ernie discali lombosacrali.
Analisi
di 1638 casi.
Per
migliaia di anni l’uomo ha sofferto di sciatica.
Un primo
riferimento scritto di tale patologia si ritrova nel papiro di Edwin Smith (2800
a.C.).
Altro
riferimento, nel Vecchio Testamento, durante la lotta di Giacobbe con l’Angelo
(Genesi 33): “… lottò con lui sino a giorno e vedendo di non poterlo
vincere lo toccò nel nervo di una coscia e subito vi restò senza forza…. In
sino ad oggi i figli di Israele non mangiano negli animali il nervo che si seccò…”
In Europa, i rimedi usati di
volta in volta avevano del magico - per antagonizzare il “colpo della
strega” -, del faceto - la senape, le foglie d’agave o altri cataplasmi
cosparsi abbondantemente sui lombi -, del
metafisico - la flebotomia sopramalleolare esterna
ideata da Ippocrate da Coos (460 – 377 a.C.) sull’ipotesi
patogenetica di “Pletora Venosa”. Tale tecnica fu anche praticata da Galeno
(130 d.C.), che introdusse nella terapia di tale affezione la trazione meccanica
e le manipolazioni.
Avicenna (900 d.C.) ed
Abulcasis (1000 d.C.) della Scuola Araba proposero nuovi farmaci (diuretici) e
misero a punto una mappa delle cauterizzazioni e delle flebotomie.
La prima descrizione del disco
intervertebrale fu di Andrea Vesalio (1515 – 1564)
Fu solo
nel XVIII secolo che si cominciò a capire qualcosa sulla sciatica. Fu Domenico
Cotugno (1764) a stabilire che era in causa il “nervo dell’Ischio” e
delineò anche la differenziazione topografica della sciatica (antica o postica)
e la stadiazione clinica della malattia tuttora in auge (fase algica, fase
parestesica, fase paralizzante). Circa un secolo dopo veniva descritta la
manovra di Lasegue – Forst, patognomica di sofferenza dello sciatico.
Horsley riconobbe tra le cause del dolore “ischiatico” la
compressione radicolare da parte di ernie discali. Wilhelm Krause operò, il
23/12/1908, la prima ernia discale presso l’Augusta Hospital di Berlino. Più
avanti, Putti (1927) e Ghormley (1933) misero in luce il ruolo dell’artrosi
disco – faccettaria nella genesi delle lombo radicoliti. Mixter e Barr (1934)
diedero l’avvio, definendone i presupposti teorici e tecnici, all’approccio
chirurgico dell’ernia lombare. Kraienbuhl ideò nel 1936 la emilaminectomia.
Negli anni 60 e 70 iniziarono ad affermarsi tecniche alternative alla chirurgia
tradizionale, come la chemionucleolisi con chimopapaina (Smith, 1963) e la
nucleotomia percutanea meccano – manuale (Hijkata). Nel 1975 Williams e Caspar
introdussero l’utilizzo del microscopio operatorio nella chirurgia a cielo
aperto (microdiscectomia). Successivamente vennero proposte la Nucleotomia
percutanea motorizzata (Onik) o associata a discovideoscopia (Kambin, Schreiber).
Choy, nel 1992, pubblicò le prime esperienze cliniche di nucleovaporizzazione
Laser. Argenson, Bezanet, Onimus, Rosenthal, nel 1996 iniziarono sperimentazioni
di chirurgia spinale anteriore endoscopica toracica e lombare, di chirurgia
computer assistita, di telechirurgia, di chirurgia robotica 1 .
In
conclusione è da poco che si cura razionalmente la sciatica da ernia discale e,
come quasi sempre avviene in Medicina, la Chirurgia è stata il primo metodo di
cura, perché è di concezione più immediata nella mente del medico. Poi
l’ulteriore ricerca e l’affinarsi del pensiero porterà a metodi sempre meno
cruenti e più efficaci. Ciò è un po’ quello che è già avvenuto per
l’ulcera gastroduodenale (e che speriamo avvenga per i tumori). La Chirurgia
infatti aggiunge al danno della malattia il danno inevitabile della
manipolazione dell’operatore (per il più bravo che sia!) risultando
ulteriormente demolitiva e portando dalla rottura del disco con erniazione del
nucleo polposo all’abolizione completa dello stesso dal lato
dell’intervento, con gravi conseguenze che insorgeranno subito od anche dopo
mesi ed anni e che faranno del paziente un MALATO CRONICO.
Complicanze
nel breve termine della discectomia a cielo aperto e della microdiscectomia
 |
F ig 1. Paziente operato con
Microdiscectomia: controllo dopo 10 anni
|
|
Le
complicanze della discectomia a cielo aperto tradizionale e
di quella microchirurgica sono sovrapponibili. Nella casistica
di Spangfort (tab. 73.7) su 2504 discectomie a cielo aperto, risultò una
mortalità post-operatoria dello 0,1%, si verificò
tromboembolia nell'1%, infezione nel 3,2% e discite
profonda nell'1,1%. Lesioni iatrogeniche della cauda equina sono avvenute
in 5 casi, mentre la lesione dell'aorta o
dell'arteria iliaca rappresentano una rara complicanza. Rish,
in una recente revisione di 205 casi, con controllo a 5 anni,
ha riportato un'incidenza di complicanze del 4%, che, quando
gravi, avevano peggiorato il quadro neurologico del paziente.
Tra le complicanze riportate erano incluse una discite
ed un'infezione della ferita chirurgica. Lacerazioni durali
con perdita di liquor, formazione di uno pseudomeningocele,
di una fistola cerebrospinale e di meningite sono evenienze
possibili, molto più probabili nei reinterventi. In due serie di
interventi di microdiscectomia, non sono state riportate complicanze
post-operatorie (12
).
Tabella
73.7
Complicanze della discectomia
|
Complicanze
|
Incidenza
%
|
|
1.
Sindrome della cauda
|
0,2
|
|
2.
Tromboflebite
|
1,0
|
|
3.
Embolia polmonare
|
0,4
|
|
4.
Infezione profonda
|
2,2
|
|
5.
Spondilite piogenica
|
0,07
|
|
6.
Discite post-operatoria
|
2,0
(1,122 pazienti)
|
|
7.
Lesioni durali
|
1,6
|
|
8.
Danno radicolare
|
0,5
|
|
9.
Fistola liquorale
|
*
|
|
10.
Lacerazione dei vasi addominali
|
*
|
|
11.
Lesione dei visceri addominali
|
*
|
*Incidenza
rara (10 e 11 con identificati nello studio di Spangfort, ma riportati altrove).
Da
Spangfort E.V.:
The lumbar disc herniation: a
computer-aided analysis of
2,504
operations,
Acta Orthop.
Scand.
Suppl., 142:65, 1972, modificata.
Complicanze
nel breve termine della chemionucleolisi con Chimopapaina
Le
complicanze della chemionucleolisi (tab. 73.9) sono simili a
quelle riferibili alla discectomia a cielo aperto ed alla mielografia.
Le più gravi sono lo shock anafilattico (dallo 0,4%
al 2,5%, con cinque decessi su 50000 casi), l'emorragia
cerebrale (8 casi su 48000), la paraplegia o la parapesi (20
casi su 48000) e la discite (due casi). Molte delle suddette
complicanze possono essere prevenute o, comunque,
limitate. Lo shock anafilattico deve essere sempre tenuto
presente e prevenuto nelle sue manifestazioni cliniche.
I pazienti che non tollerano alcun episodio ipotensivo dovrebbero
essere esclusi dal trattamento. Il test per la
sensibilizzazione preoperatoria è utile nell'individuare i pazienti
a rischio. Il test con ChimoFast è esatto nel 99,6% dei
casi, con una percentuale di falsi negativi dello 0,4%, mentre
non è nota la sensibilità del RAST test o dei test cutanei.
La revisione dei casi che hanno presentato complicanze
neurologiche ha mostrato come parametri sfavorevoli l'uso
dell'anestesia generale, la puntura della dura, l'iniezione
di più di un livello ed una concomitante metodica radiografica
con mezzo di contrasto. Evitare tali situazioni prestando
particolare attenzione durante l'inserimento dell’ago
dovrebbe ridurre il rischio di complicanze neurologiche. Il rischio di
infezione può essere controllato utilizzando ogni
volta confezioni nuove di soluzione fisiologica e di diluente per
l'enzima.(13
)
Tabella
73.9 Gravi complicanze
della chemionucleolisi su 57341 pazienti, riportate da un'analisi
postmarketing dei Laboratori Smith, il 1 Febbraio
1985
|
Complicanze
|
N.
di pazienti
|
Percentuale
|
|
Mortalità*
|
20
|
0,022
|
|
Anafilassi
|
5
|
|
|
Emorragia
cerebrale
|
6
|
|
|
Problemi
cardiorespiratori
|
4
|
|
|
Infezione
|
2
|
|
|
Altro
|
1
|
|
|
2.
Anafilassi
|
306
|
0,5
|
|
Maschi
|
106
|
0,3
|
|
Femmine
|
200
|
0,9
|
|
3.
Complicanze neurologiche
|
49
|
0,086
|
|
Emorragia
cerebrale
|
14
|
|
|
Emorragia
subaracnoidea
|
1
|
|
|
Paralisi
|
27
|
|
|
Tetraplegia
|
1
|
|
|
Emiparesi
|
1
|
|
|
Guillain-Barré
|
1
|
|
|
Colpo
apoplettico
|
4
|
|
*Include
tutti i casi di morte su 90000 iniezioni (0,022%).
Da
Chemonucleolysis
Resource Center Teaching Program, 1985,
Smith Laboratories,
pp. 23-35.
Tutti gli interventi
chirurgici hanno delle conseguenze che troppo spesso non vengono citate,
né scritte nel consenso informato, per cui il paziente ignaro si sottopone
all’intervento con più fiducia di quello che dovrebbe. Tali conseguenze sono
tanto più gravi, quanto più è demolitivo e complesso l’intervento. Per
questo, anche il chirurgo coscienzioso, cerca il minor trauma, la minor
invasività, il minor danno al corpo umano, che, ricordiamo, è una macchina
perfetta che tende da sola alla guarigione. Citiamo le più gravi.
Prima conseguenza.
Troppo poco spesso sono citate le complicanze tromboemboliche di un intervento
chirurgico che una profilassi anticoagulante può diminuire, ma non eliminare: c’è
sempre il rischio di morte, anche 20 giorni dopo l’intervento.
Seconda conseguenza.
Dopo l’intervento residua sempre una fibrosi cicatriziale che, se
ipertrofica o non “regolare”, può comprimere ed irritare il nervo
interessato per tutta la vita! Il paziente subisce per sempre quello che
voleva eliminare per sempre, con conseguenze catastrofiche per l’arto
interessato.
Conseguenze
dell’intervento tradizionale (con emilaminectomia e discectomia).
Alterazione del concetto
biomeccanico per il quale la colonna umana è stata costruita.
La colonna si indebolisce
e si crea instabilità e quindi dolore.
Questo intervento
comprende inoltre, come conseguenze, le due precedenti e le quattro successive.
I chirurghi americani hanno
quasi completamente abbandonato questo intervento, per l’elevato rischio di
denunce per “malpratica” e per gli studi statistici, che dimostrano che, dopo
quattro anni, essere o non essere stati operati è la stessa cosa
!!
Conseguenze
dell’intervento neurochirurgico (microdiscectomia)
La prima conseguenza
della microdiscectomia è che mancando un disco, il disco soprastante e quello
sottostante lavoreranno di più (i dischi sono gli “ammortizzatori” del
corpo umano) col rischio di rompersi anch’essi e dare erniazioni (non sono
pochi i pazienti con ernie multiple) e ciò specialmente nei soggetti che fanno
attività fisica pesante o che sono obesi.
La seconda conseguenza
è l’inclinarsi lateralmente della colonna, dal lato operato e ove quindi
manca lo “spessore del disco” (scoliosi).
La
terza conseguenza, dovuta alla scoliosi, è che le faccette articolari tra
le due vertebre interessate vanno incontro ad una sindrome dolorosa chiamata
“Kissing Spine” e ad una artrosi precoce con conseguente restringimento del
canale e maggior probabilità di intrappolamento del nervo e quindi ulteriore
ricomparsa del dolore.
La quarta conseguenza
è l’attrito da contatto delle limitanti somatiche prospicienti il disco
operato con formazione di osteofiti causa di lombalgie ribelli.
Probabilmente queste
conseguenze possono spingere ad altri interventi chirurgici e così si instaura
un circolo vizioso negativo di cui il paziente prima o poi si stancherà
preferendo tenersi il dolore.
**************
Tutte queste complicanze nel
breve e nel lungo termine fanno ritenere l’intervento chirurgico necessario
solo in casi estremi e, nello stesso tempo, stabiliscono le caratteristiche di
un metodo ideale per il trattamento della patologia discale protrusiva. Tale
metodo dovrebbe avere queste caratteristiche:
1.
Altissima percentuale di guarigione
2.
Possibilità di intervenire con semplicità su pazienti già operati
3.
Bassa possibilità di recidive
4.
Assenza di controindicazioni
5.
Minimi effetti collaterali
6.
Nessuna complicanza nel breve, medio e lungo termine
7.
Nessuna tossicità acuta o cronica
8.
Minime limitazioni alle indicazioni
9.
Non necessità di ricovero (cura ambulatoriale) e minimo tempo di assenza
dal lavoro
10.
Rispetto della struttura discale
11.
Rispetto della biomeccanica della colonna
12.
Nessuna necessità di presidi ortopedici (busti, corsetti ecc.)
13.
Basso costo di gestione
Tutti questi obiettivi
sono stati raggiunti proprio considerando con priorità assoluta i punti 10
e 11.
Il disco intervertebrale ha,
infatti, un'importanza fondamentale nella biomeccanica della colonna vertebrale,
soprattutto a livello cervicale e lombare, dove tale struttura è sollecitata
dalle forze di pressione e torsione del capo e del tronco. Lo stretto rapporto
che contrae con le strutture nervose adiacenti mettono il disco in primo piano
nella determinazione della qualità della vita della persona.
Il trattamento quindi della patologia discale dovrebbe avere caratteristiche di
massima efficacia e rispetto della struttura originale, associato,
possibilmente, a facilità di pratica terapeutica ed economicità.
Il trattamento che andremo ad esporre possiede queste caratteristiche.
Esso affronta l'aspetto
biomeccanico e biologico del problema implicando anche dei concetti diagnostici
che non sono sempre applicabili ad altre metodiche.
IL CASO DISCOSAN (17
,18 )
Sono state descritte molte
definizioni, per lo più anatomo patologiche, sulle ernie discali.
In base all’esperienza del Dr
Cesare Verga, confermata dalla nostra esperienza, tali classificazioni sono
utili per statistiche legate all’atto chirurgico, che permettono di valutare
il tipo di intervento, la sua affidabilità ed efficacia.
Tutto questo non ha senso nel
nostro caso.
Col metodo da noi utilizzato in
questi anni, chiamato DISCOSAN dal suo inventore, il Dr Cesare Verga, è solo la
DDP (Deformazione Discale Posteriore), in ogni sua forma, dimensione e
collocamento spaziale che, unita al CDR (Conflitto Disco Radicolare), determina
le condizioni che portano alla necessità del trattamento. Tutto questo
semplifica enormemente l’approccio del medico a tale patologia.
Protagonista della situazione
è infatti il canale vertebrale, dove la radice nervosa viene costretta, da una
parte dal disco intervertebrale e dall’altra dalla parete ossea. Tale canale,
dove talvolta si ritrovano vasi venosi ipertrofici che traggono anch’essi
beneficio da tale terapia, può essere più o meno capiente per motivi congeniti
o acquisiti (artrosi). Per tale motivo una piccola DDP può creare un’intensa
sintomatologia ed una DDP molto grande può essere asintomatica.
Con la metodica DISCOSAN
vengono trattati tutti i CDR sintomatici, indipendentemente dalla dimensione
della DDP.
Talvolta ci troviamo di fronte
a CDR multipli e molto spesso il chirurgo è in difficoltà “deontologica”
nell’affrontare un intervento chirurgico impegnativo ed altamente invalidante.
Col metodo DISCOSAN possono
essere trattati contemporaneamente anche più CDR in una volta.
Anche davanti ad una o più
recidive il chirurgo è perplesso nell’intraprendere un intervento che lo
porterà davanti ad una situazione critica: “Nervo o cicatrice?”.
Col metodo DISCOSAN anche le
recidive vengono trattate con uguale incruenza e successo.
EPIDEMIOLOGIA
Una statistica pubblicata negli
U.S.A. prima dell' 89 riferisce che ogni anno lo 0,1% della popolazione viene
sottoposto ad intervento lombare (aperto o chiuso). Sempre negli U.S.A. il costo
globale pro capite per gli operati (non importa con quale metodo) è stato
calcolato in 66.000 USD. Ed è sempre una casistica degli USA condotta su più
di 7.000 pazienti oltre i sessant'anni che ha rilevato un 17% di complicanze
post - chirurgiche in tali pazienti. Sembra equo valutare nell'1% della
popolazione totale ogni anno i pazienti che per un periodo di oltre due mesi
hanno una sintomatologia parzialmente o totalmente invalidante a causa di una
DDP. Mentre é comune il concetto che almeno 9 persone su 10 hanno avuto almeno
un episodio di rachialgia, nella loro vita, in modo più o meno invalidante.
DIAGNOSI
L'anamnesi e l'esame clinico
del paziente con i suoi dati oggettivi e soggettivi, se ben valutati, dovrebbero
portare ad un dubbio diagnostico che richiede una conferma strumentale. La sola
radiografia non serve né per includere né per escludere patologia discale: è
inaffidabile la deduzione "spazio intervertebrale ridotto =
discopatia" o peggio "... = DDP"; ed è ancor più infida
l'esclusione di patologia discale con Rxgrafie perfettamente normali.
Ovviamente deve essere il
perdurare della sintomatologia a richiedere l'approfondimento diagnostico.
La TC, Spiral TC, RMN
sono gli esami strumentali che ci permettono di fare diagnosi, sempre
considerando più importante il sintomo clinico.
Lo studio neurofisiologico,
talvolta utile e discriminante per l’intervento chirurgico, non ha particolare
importanza con questa tecnica, quando sia già stata fatta diagnosi di CDR, se
non per una prognosi sul recupero di un danno da compressione della radice
nervosa.
PREMESSE
BIOLOGICHE E BIOMECCANICHE
Il disco intervertebrale svolge la sua complessa funzione trasformando i vettori
di forza assiali in vettori radiali centrifughi. Tale forza scaricandosi su una
superficie definita e non elastica ma solo deformabile, l'a n u l u s, può
anche essere considerato come una pressione che viene sopportata dal sistema
anulare.
La relativa fluidità del sistema nucleare è a causa di due fenomeni:
l'equidistribuzione delle forze e l'eventuale spostamento di tale sistema se un
cedimento strutturale del sistema anulare ne causa una deformazione; se tale
spostamento avviene per mantenere l'equilibrio dei vettori di forza la
successiva conseguente asim
metria
causa un ulteriore aumento del gradiente pressorio proprio sul sistema anulare
già sofferente, innescando così un circolo vizioso dal punto di vista
biomeccanico; verosimilmente si possono avere anche alterazioni del flusso
nutritizio - perfusionale vertebro - nucleare con conseguente sofferenza
progressiva del sistema nucleare. E'
quindi ovvio che una normale funzionalità discale debba dipendere dall'integrità
dei due sistemi che agiscono come un'unità funzionale. Il sistema anulare è il
primo ad andare incontro a modificazioni strutturali: esse avvengono (quando non
vi sia una lesione acuta metatraumatica) per successivo cedimento dei legami tra
le reti di fibre del sistema anulare; sembra che la resistenza e la qualità
strutturale di questa "stoffa" abbia una notevole familiarità e che
quindi vi sia una predisposizione genetica alla sua insufficienza patologica. Il
sistema nucleare non fa altro che adattarsi, con conseguenze sempre più
negative, a tali deformazioni della struttura contenente. Si arriva così alla
Deformazione Discale Posteriore (DDP) che può causare anche un Conflitto Disco
- Radicolare (CDR).
Come ben si sa il sistema
nucleare non è vascolarizzato e gli scambi metabolici avvengono per
permeabilità
attraverso le limitanti somatiche: ciò rende precario il metabolismo del
sistema nucleare. Il sistema anulare è innervato: ciò spiega il sintomo algico
vertebrale (cervico - dorso - lombare nella DDP che non è arrivata ad
instaurare un CDR).
L'unione dei due sistemi forma la struttura discale vera e propria. Tale
struttura è biomeccanicamente un'unità funzionale.
Qualsiasi sua alterazione
provoca un indebolimento di tutta la struttura discale e, per cause
biomeccaniche, alterazioni delle strutture adiacenti che vengono sovraccaricate
(faccette articolari dello spazio interessato e dischi contigui).
Le unità discali sono, viste
nel loro insieme funzionale, messe in serie tra di loro: ne è ovvia conseguenza
che una diminuzione della capacità funzionale di un disco si estrinseca in un
aumento del carico funzionale sui dischi contigui potendo così generare altra
patologia.
Ne consegue che qualsiasi
terapia dovrebbe non ledere in nessun modo il disco ma favorirne la riparazione.
Si è accennato alla componente discale del Conflitto Disco-Radicolare; ma va
anche tenuto conto della componente vascolo - nervosa.
LA COMPONENTE
VASCOLO-NERVOSA.
L'insulto su radici spinali, o
terminazioni nervose come il n. ricorrente di Lutshka, determinato dalla
compressione dell'ernia e dall'edema conseguente, è la causa del dolore e dei
problemi neurologici periferici. E' comunque noto che il primo danno alla fibra
nervosa deriva dall'insulto alla microcircolazione epi -, peri -, endoneurale.
Esiste, inoltre, una componente
reattiva data dall’incontro del materiale discale, immunologicamente
“segregato” e della radice nervosa. Tale reazione infiammatoria col
conseguente edema, come dimostrato da recenti studi, sembra molto più
importante della componente compressiva sulla genesi del dolore ( 2
).
Infine, i vasi venosi, spesso
ectasici, presenti nel forame di coniugazione, vanno ad occupare quello spazio
che è “vitale” per il perfetto funzionamento della radice nervosa.
CLINICA
Lo studio clinico presuppone
dei segni clinici obiettivi che, considerati insieme alle immagini (radiografie,
RMN, TC) fanno porre diagnosi e conducono il paziente al letto operatorio o ad
un intervento conservativo, come nel nostro caso.
Condizione necessaria e
sufficiente per l’esecuzione di questo studio è stata la presenza di segni
clinici soggettivi, che conducono il paziente dal medico, ed obiettivi (almeno
3), che accompagnati dalle immagini strumentali facessero porre diagnosi certa
di Conflitto Disco Radicolare.
L’immagine strumentale doveva
necessariamente dimostrare la Deformazione Discale Posteriore (DDP), ma non il
conflitto, necessariamente confermato dall’esame obiettivo. A tal proposito si
renderebbe necessario un controllo RMN o TC in posizione eretta, ma tale esame
è difficilmente reperibile
I segni obiettivi considerati
sono stati:
Lasegue
Wasserman
Sensibilità cutanea
Riflessi osteotendinei degli
arti inferiori: rotuleo, achilleo e medio plantare
Stenici: TA, EPA, ECD, loggia
posteriore polpaccio, muscoli della coscia
Delitala
Valleix all’ischio
La guarigione clinica è stata
considerata quando è avvenuta:
1)
scomparsa dei segni soggettivi
2)
scomparsa dei segni indicativi di dolore (Lasegue, Wasseman, Delitala,
Valleix)
3)
scomparsa delle disestesie cutanee
4)
scomparsa totale o subtotale dei deficit dei ROT
5)
scomparsa totale o subtotale dei segni di deficit di forza
Quest’ultimo punto merita
ulteriore considerazione in quanto alcuni pazienti colpiti da deficit acuto di
forza sui muscoli considerati, avendo rifiutato l’intervento propostogli anche
per motivi medico legali, hanno recuperato completamente tale deficit senza
necessità di terapia fisica. Altri, che si sono presentati quando il deficit
durava da più di tre mesi, hanno recuperato quasi completamente o totalmente
dopo elettrostimolazioni. Altri ancora, già operati, con residuo deficit di
forza post intervento, presentatisi con recidiva del disco viciniore, hanno
recuperato totalmente o subtotalmente tale deficit. Ciò si può spiegare con
l’azione rigenerante dell’ozonoterapia sulla struttura nervosa.
Criteri di esclusione:
-
DDP
completamente calcifiche
-
DDP
iperalgiche
-
presenza
di altre patologie spinali (tumori, fratture, spondilite e spondilodiscite,
deformità spinali o mieloradicolari, etc)
-
beneficio
ottenuto con uso dei farmaci (FANS/cortisone) nelle ultime due settimane
-
beneficio
ottenuto mediante la terapia fisica di vario genere
-
precedenti
di disturbi mentali e/o ricoveri per turbe della psiche
-
uso
di psicofarmaci e/o droghe
-
deficit
stenici funzionali di grado elevato (deficit antigravitazionale e/o deficit
di movimento)
Criteri di inclusione:
MATERIALI e
METODO (DISCOSAN)
Ago 22G da 40 o 50 mm
Siringa
Disinfettante cutaneo, meglio H2O2
, per eliminare il rischio di allergie.
Macchina distributrice miscela
O2O3 terapia
Il metodo consiste
nell’infiltrazione profonda nei fasci muscolari paravertebrali al livello
della DDP responsabile del CDR, bilateralmente.
Si utilizza un ago 22G da 4 o 5
cm e si inietta la miscela gassosa a 2-3 cm lateralmente ai processi spinosi,
introducendo l’ago verticalmente, senza inclinazioni sul piano cutaneo.
La concentrazione è di 25 –
30 mg/ml.
La quantità varia da 10 a 20 cc, seguendo la compliance del paziente, che non
deve abbandonare la terapia per il dolore procurato dall’iniezione.
Tale
procedura non necessita di anestesia ed anzi, si sconsiglia l’uso
dell’anestetico dato che l’ozono, molecola chimicamente molto attiva, ne può
cambiare le caratteristiche strutturali creando una nuova molecola.
A seconda del numero di CDR si
possono eseguire più infiltrazioni, sempre bilateralmente, eventualmente
diminuendo la quantità di gas per infiltrazione.
La cadenza delle sedute è
bisettimanale e diventa monosettimanale al miglioramento dei sintomi, che, in
media, risulta importante dopo 7 sedute.
Il
numero massimo di sedute eseguito è stato 40 e non si è stabilito altro limite
al numero delle sedute.
Dopo la 20° seduta, se non è
ancora avvenuta la guarigione, si interrompe la terapia per 4 settimane, salvo
ripresa della sintomatologia dolorosa.
Non si prosegue oltre la 40°
seduta.
 |
 |
Quello che
serve per il trattamento (DISCOSAN) delle DDP con CDR è solo una siringa, un
ago, acqua ossigenata, oltre all’apparecchio erogatore della miscela gassosa
di Ossigeno – Ozono … ed il
paziente, che deve essere molto rilassato. Qualsiasi medico ha poi nel proprio
studio un kit di
rianimazione.
|
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|
Razionale
scientifico dell'Ossigeno-Ozonoterapia
L'ozono
è un forte agente ossidante, che reagendo con sostanze organiche
insature (contenenti un doppio legame),
determina una reazione di scissione
detta ozonolisi, da cui originano i
ROS, specie reattive
dell'ossigeno, più comunemente detti radicali
liberi.
L'ozono reagendo con i
componenti organici, liquidi biologici,
plasma, albumina, liquidi extracellulari, lipo proteine, forma con
estrema rapidità una serie di composti che derivano sia dall'ossidazione
lipidica ("Lipid Oxidation Products" LOP),
sia dalla reazione con l'acqua
producendo, perossido d'idrogeno, aldeidi, composti tiolici GSH, che sono
altamente tossici per via del loro altissimo potere
ossidante sulle proteine, gli aminoacidi, gli acidi
nucleici, ma hanno la caratteristica di possedere una vita media che va
dal micro secondo al minuto.
L'attivazione
dei suddetti meccanismi biochimici innescata dall'ozono è anche
conosciuta come "stress ossidativo", che è un modello di risposta
dell'organismo, quando si verificano alterazioni
cellulari come in corso di ipertermia, variazioni del pH e della p02
come nei disturbi circolatori, nei
processi tossico metabolici, in quelli infiammatori,
nelle malattie autoimmuni, in quelle degenerative e nell'invecchiamento
in genere.
Quando
lo stress è transitorio o attenuato, la cellula
organizza degli autonomi meccanismi di difesa, nel senso che in risposta allo
stress ossidativo, indotto dagli
stimoli provenienti dall'esterno o dall'interno, trasmette al nucleo
informazioni finalizzate alla attivazione di geni silenti, questa informazione
si traduce in una trascrizione di mRNA, cosicché i ROS si comportano da
veri e propri messaggeri, capaci
d'innescare la sintesi di neoproteine da shock.
Tra queste si ricordano tra gli
altri, le ossidative shock proteins (OSP),
che permettono una maggiore resistenza a successivi ed anche più intensi stress
ossidativi e che svolgono così un importante ruolo protettivo
o di "adattamento allo stress ossidativo", mettendo in
funzione il "Sistema antiossidante",
formato da sistemi antiossidanti che cooperano tra loro, tra essi i più
importanti sono:
Sistemi
Redox enzimatici
Superossido
dismutasi SDO, Catalasi,
Glutatione
per ossidasi GSH-P,
Sistema
redox del glutatione GSH
Si
tratta di sistemi intracellulari che permettono con un azione scavenger
la detossificazione di idroperossidi, lipoperossidi, aldeidi, radicali liberi.
Quando in condizioni
fisiologiche si producono nell'organismo
quantità determinate di ROS, il sistema
antiossidante entra automaticamente in azione
e mantiene in equilibrio il sistema, quando però
le malattie infiammatorie, quelle degenerative,
quelle su base immunitaria e l'invecchiamento in genere, prendono il
sopravvento, a causa dell'eccessiva produzione di ROS ed a causa di un deficitario
funzionamento del sistema antiossidante,
lo stress ossidativo si perpetua e non riesce ad avere più la sua importante
funzione protettiva ed omeostatica. L'ozonizzazione, perturbando
l'ambiente intracellulare, induce una risposta cellulare liberando OSP e
attiva il sistema enzimatico preposto allo
scavenger dei radicali liberi, realizzando
una "tolleranza all'ozono ed un adattamento allo stress
ossidativo"( 14 ,15
,16
)
Dopo aver dimostrato la
produzione di IFN-γ (Bocci e Paulesu, 1990), si è estesa
la ricerca e accertato il rilascio di IFN-β, di altre citochine, cioè
interleuchina (IL) 2, 6, 8, del cosiddetto fattore della necrosi tumorale
(TNF-α), del fattore di crescita
β (TGF-β) e di una granulopoietina (GM-CSF) (Paulesu et al., 1991;
Bocci et al., 1993 a,b; 1994 b; 1998
b,c; Valacchi e Bocci, 1999). Successivamente,
altri ricercatori hanno confermato che l'ozono induce la produzione di citochine
e molecole di adesione in cellule epiteliali della mucosa respiratoria e in
leucociti
derivanti dal liquido di lavaggio broncoalveolare (BALF) dopo inspirazione di
ozono (Beck et al., 1994; Arsalane et al., 1995; Takahashi et al., 1995; Jaspers
et al., 1997). Questi risultati hanno
complessivamente aperto nuove linee di ricerca: la realtà che l'ozono, a
dosi “giudiziose”, possa indurre la sintesi delle citochine, anche
se a basse dosi, potrebbe permettere la riattivazione endogena di un sistema
immunitario depresso a causa dell'età, di malattie virali croniche o di terapie
immunosoppressive. Se usato in dosi opportune, in quanto dosi elevate
sono citotossiche, l'ozono sembra
rappresentare un induttore quasi ideale purché non produca danni
cellulari e scompaia rapidamente senza sequele tossiche (14
).
MECCANISMI
D’AZIONE. IPOTESI
L’Ossigeno – Ozono, dalle masse muscolari
paravertebrali dove è iniettato, penetra nel canale spinale attraverso i forami
di coniugazione.
Lambisce sia le strutture NEuro VAscolari, sia la parte
esterna della deformazione discale.
Si risolvono, così, l’edema e l’ischemia radicolare
(effetto NEVA) e viene selettivamente lisato il tessuto discale alterato,
gradualmente, dall’esterno verso l’interno. Qualsiasi tessuto è deformato
in quanto i suoi legami intermolecolari sono alterati.
La
miscela gassosa entra poi in contatto con la superficie discale deformata che
presenta, per l’avvenuta deformazione, dei legami intermolecolari mutati, che
vengono rotti dalla molecola di Ozono, cosicché si lisa biologicamente la parte
alterata. Ma già dopo due settimane è stimolata dall’Ozono una
rivascolarizzazione del disco, normalmente avascolare nell’adulto. Ciò ne
permette una riparazione da parte dei fibroblasti ivi richiamati.
   |
|
| Paziente infiltrato paravertebrale con 4 iniezioni
di 15 cc l’una. Ottava seduta: controllo TC dopo circa 18 ore. Si noti la
diffusione della miscela ossigeno – ozono, non solo nelle masse muscolari
paravertebrali, ma anche a livello peridurale. La DDP indicata dalla freccia è
ben circondata dalla miscela gassosa. |
|
 |
 |
Altre immagini suggestive della
diffusione del gas riprese dopo 19 ore l’evento infiltrativo
eseguito su L5-S1 con circa 15 cc, per lato, di miscela
gassosa. Anche qui notiamo la presenza del gas non solo a
livello muscolare, ma anche peridurale e periforaminale. La
diffusione avviene anche in senso cranio – caudale,
interessando più livelli e più dischi intervertebrali.
|
 |
|
Ma vediamo, in particolare, i possibili meccanismi
d’azione.
 |
|
- Si
crea una rivascolarizzazione peridiscale (19
): ciò riporta a "nuova vita" il disco, che è
ossigenato e nutrito direttamente per via ematica e non solo per perfusione.
Questo spiega la scomparsa dei vacuoli gassosi degenerativi all'interno del
disco, riscontrata spesso dopo il trattamento e spiega anche perché
l'effetto terapeutico sia permanente. Le recidive sono, infatti, molto
inferiori alla comparsa nella popolazione "sana" dello stesso
fenomeno patologico (3% contro 8%).
- Il
nucleo polposo, a contatto della radice nervosa aumenta la pressione dei
fluidi endoneurali e diminuisce il flusso ematico.( 2
) Le potenzialità
della miscela O2-O3
nel migliorare la perfusione ematica capillare e l'ossigenazione dei
tessuti sono note da tempo (24
,25 ,26
,27 ,28
,29 ).
Questa sua qualità è determinante nell'attenuare la sofferenza ischemica e
l'edema radicolare.
-
Sono
stati eseguiti studi sulla ripolarizzazione della membrana cellulare dei
globuli rossi da parte della miscela ossigeno – ozono (22
,23 ).
Estendendo, per ipotesi, tale concetto anche alle cellule degli altri
tessuti, vengono create in tal modo le basi per la restitutio ad integrum
della funzione cellulare e quindi tissutale. Si ottimizzano, così, non solo
la componente discale, ma tutti i tessuti che circondano la lesione.
- Vi
è un'azione diretta sulla superficie del disco all'interno del canale
rachideo: dato che il contorno discale è ricco di doppi legami di Zolfo
e di Carbonio, l’Ozono agisce disgregando tali legami e quindi
"lisciando" dall’esterno la parte protrusa o fuoriuscita.
L’Ozono stimola inoltre l’eliminazione del materiale disgregato da parte
dei granulociti. La
liberazione di citochine (20
) (IL 1-α, IL 1-β, TNF-α) potrebbe accelerare il
processo di guarigione, stimolando, queste, le metalloproteinasi (MMP-1 e
MMP-3), le quali giocano un ruolo importante nella spontanea regressione del
materiale discale(4
,5 ).
Interpretando la liberazione di Interleuchina 1β da parte della cellula
discale stimolata e la conseguente liberazione di mediatori, come un
processo naturale di guarigione ( 6
), la miscela ossigeno
– ozono con la sua azione bioregolatrice e di induzione di liberazione di
sostanze protettive (21
,32 ,33
,34 ),
potrebbe agevolare il processo stesso, accelerandone gli eventi. La sua
azione si esplica anche sul TNF-α (30
,31 )
coinvolto nella patogenesi del dolore (7
,8 )
- Azione
cicatrizzante (35
,36
,37
) già nota dell’Ozono, che
agisce accelerando la guarigione delle ferite. Si accelera la riparazione
della lesione sulla superficie discale.
- La
reazione autoimmune che si viene a creare tra il nucleo polposo e la
radice nervosa (9
) viene efficacemente neutralizzata dall'ozono che ha
comprovate capacità di regolazione del sistema immunitario (21
)
- La
miscela gassosa iniettata nel muscolo determina una compressione
“benefica”, paragonabile a quella dello Shiatsu,
con uno stimolo energetico pari all’esecuzione di agopuntura in
quella sede, stimolo che, a differenza dell’ago o della digitopressione,
persiste per diverse ore (38
,39 ,40
,41 ,42
,43 ,44
).
RISULTATI
|
MEDICO
|
REGIONE
|
ATTIVITà
|
|
WILLIAM
GAMBA
|
LIGURIA
|
Gennaio
1995 - Giugno 2003
|
|
ANTONIO
SCUCCIMARRA
|
ABRUZZO
|
Marzo
2000 – Marzo 2003
|
|
GIAMPIERO
VALGIMIGLI
|
EMILIA
ROMAGNA
|
Gennaio
1997 – Giugno 2003
|
|
Carlo
Maglie
|
Lazio
|
Luglio
1994 – Gennaio 2003
|
|
Paolo
Chiricozzi
|
Lazio
|
Dicembre
1994 - Gennaio 2003
|
Nota
bene: i dati di questo lavoro sono pervenuti in tempi diversi ed i più recenti
sono aggiornati al momento dell’uscita (fine agosto 2003).
Risultati generali
|
Medico
|
N°
Pazienti
|
♂
|
♀
|
Range
età
|
Guarigione
clinica
|
Insuccessi
|
Già
operati
|
N°
medio di sedute
|
Malesseri
|
Lipotimia
|
|
GAMBA
|
327
|
156
|
171
|
18-93
|
301
|
26
|
101
|
16
|
35
|
0
|
|
SCUCCIMARRA
|
389
|
198
|
191
|
|
329
|
60
|
49
|
15
|
3
|
2
|
|
VALGIMIGLI
|
224
|
140
|
84
|
25-68
|
203
|
21
|
20
|
15
|
12
|
2
|
|
maglie
|
600
|
271
|
329
|
19-87
|
532
|
68
|
203
|
23
|
27
|
1
|
|
Chiricozzi
|
98
|
47
|
51
|
21-79
|
90
|
8
|
34
|
25
|
7
|
0
|
|
TOTALE
|
1638
|
812
|
826
|
18-93
|
1455
|
183
|
407
|
18,7
|
84
|
5
|
|
%
|
100%
|
49,57%
|
50,43%
|
|
88,82%
|
11,18
|
24,84%
|
|
5,1%
|
0,3%
|
Distribuzione dei
CDR trattati
|
Medico
|
N°
Pazienti
|
♂
|
♀
|
L1-L2
|
L2-L3
|
L3-L4
|
L4-L5
|
L5-S1
|
|
GAMBA
|
327
|
156
|
171
|
20
|
44
|
78
|
184
|
116
|
|
SCUCCIMARRA
|
389
|
198
|
191
|
-
|
-
|
42
|
227
|
245
|
|
VALGIMIGLI
|
224
|
140
|
84
|
-
|
10
|
18
|
84
|
112
|
|
maglie
|
600
|
271
|
329
|
38
|
85
|
150
|
324
|
210
|
|
Chiricozzi
|
98
|
47
|
51
|
7
|
16
|
23
|
50
|
33
|
|
TOTALI
|
1638
|
812
|
826
|
|
|
311
|
869
|
716
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
N° di spazi
trattati contemporaneamente
|
Medico
|
N°
Pazienti
|
♂
|
♀
|
SPAZI
TRATTATI
|
|
|
|
|
|
1
|
2
|
3
|
4
|
|
GAMBA
|
327
|
156
|
171
|
212
|
103
|
9
|
3
|
|
SCUCCIMARRA
|
389
|
198
|
191
|
264
|
100
|
25
|
0
|
|
VALGIMIGLI
|
224
|
140
|
84
|
112
|
84
|
28
|
0
|
|
maglie
|
600
|
271
|
329
|
406
|
174
|
15
|
5
|
|
Chiricozzi
|
98
|
47
|
51
|
67
|
27
|
3
|
1
|
|
TOTALE
|
1638
|
812
|
826
|
106 1
|
4 88
|
8 0
|
9
|
Pazienti
già operati
|
Medico
|
N°
Pazienti
|
♂
|
♀
|
OPERATI
|
|
|
|
|
|
NO
|
SI
|
1
VOLTA
|
2
VOLTE
|
3VOLTE
|
|
GAMBA
|
327
|
156
|
171
|
226
|
101
|
90
|
10
|
1
|
|
SCUCCIMARRA
|
389
|
198
|
191
|
340
|
49
|
Non
pervenuto
|
|
VALGIMIGLI
|
224
|
140
|
84
|
204
|
20
|
Non
pervenuto
|
|
maglie
|
600
|
271
|
329
|
397
|
203
|
181
|
16
|
6
|
|
Chiricozzi
|
98
|
47
|
51
|
64
|
34
|
29
|
5
|
0
|
|
TOTALI
|
1638
|
812
|
826
|
1231
|
407
|
|
|
|
Insuccessi
e recidive
|
Medico
|
N°
Pazienti
|
♂
|
♀
|
Insuccessi
A+B
|
A
Abbandono
|
B
Intervento
Chirurgico
|
Recidive
|
|
GAMBA
|
327
|
156
|
171
|
26
|
15
|
11
|
9
|
|
SCUCCIMARRA
|
389
|
198
|
191
|
60
|
25
|
35
|
8
|
|
VALGIMIGLI
|
224
|
140
|
84
|
21
|
10
|
11
|
7
|
|
maglie
|
600
|
271
|
329
|
68
|
40
|
28
|
16
|
|
Chiricozzi
|
98
|
47
|
51
|
8
|
5
|
3
|
3
|
|
TOTALI
|
1638
|
812
|
826
|
183
|
95
|
88
|
43
|
|
%
|
100%
|
49,57%
|
50,43%
|
11%
|
5,7%
|
5,3%
|
2,6%
|
DISCUSSIONE
La
biomeccanica dovrebbe insegnare che il tripode vertebrale, il quale va già
spontaneamente incontro a degenerazione con l'avanzare degli anni, non deve
assolutamente essere indebolito soprattutto nella sua componente più
importante: la struttura discale.
In seguito ad intervento di
discectomia (micro o no, è identico dal punto di vista biomeccanico) vi possono
essere 2 casi:
1)
il disco viene asportato totalmente o quasi: il disco svuotato tende a
collassarsi con sovraccarico delle faccette articolari posteriori ed induzione
del fenomeno artrosico delle stesse, reazione ossea subcondrale e restringimento
del canale vertebrale. Le due vertebre
adiacenti al disco tendono a formare un
corpo unico e i vettori di forza che normalmente agiscono su tale spazio si
scaricano sui dischi adiacenti con momento doppio, con effetto di riprodurre,
prima o poi, una nuova DDP ed eventuale nuovo CDR ;
2) il disco non viene asportato completamente ed allora il materiale residuo darà
luogo, prima o poi, ad una recidiva di CDR. Non bisogna poi trascurare la
facilità di reazioni cicatriziali peridurali e le eventuali altre complicanze
possibili; secondo una ricerca condotta in USA su più di 6.500 casi oltre i 60
anni le complicanze raggiungono il 17%.
Una
situazione analoga è data dalla discectomia percutanea o dalla chemionucleolisi
che, oltretutto, hanno una grande limitazione di indicazioni.
I
vantaggi del metodo DISCOSAN sono tanti e quasi tutti sono la diretta
conseguenza della sua innocuità, efficacia biologica e del suo rispetto della
biomeccanica della colonna vertebrale.
Non ha praticamente controindicazioni: sono stati curati pazienti diabetici
anche gravi, nefropatici, operati per patologie cardiache ed in terapia
dicumarinica, parkinsoniani, gastropatici, esiti di IMA, ultranovantenni ecc.
Non ha
effetti collaterali gravi, per cui la cura può essere eseguita in ambulatorio
con i normali presidi di rianimazione in obbligo al medico generico.
Permette inoltre di non avere
limiti intrinseci al numero di sedute potendosi così adattare alle reali
necessità terapeutiche del singolo paziente.
Prima ancora di provarne
l’efficacia, sono state mosse critiche alla durata del trattamento ed in
questi anni molti, forse troppi medici, si sono limitati ad un numero di sedute
deciso dal loro substrato psicologico, prima che dalla risposta fisica del
paziente. Questo ha impedito che molti pazienti guarissero in modo incruento,
con tutte le conseguenze descritte in questo lavoro e dando luogo a lavori
clinici con risultati inferiori. La durata esigua della seduta non impegna il
paziente, che nella maggioranza dei casi non interrompe o riprende rapidamente
la sua attività.
Altri
hanno ipotizzato reazioni cicatriziali muscolari alle frequenti sedute, senza
rendersi conto né dell’esigua quantità di gas iniettata, né della settimana
di intervallo tra le sedute, né della cicatrice che invece l’intervento
chirurgico assolutamente crea.
L’efficacia di questa
metodica, basata sul suo effetto biologico, permette di non avere limitazioni
nelle sue indicazioni. Si devono indirizzare al chirurgo solo gli insuccessi di
tale procedimento, i conflitti iperalgici e le Deformazioni Discali Posteriori
completamente calcifiche.
Permette di trattare anche
pazienti operati più volte, quando tutte le altre metodiche non abbiano risolto
la patologia del CDR e anche nei casi di DDP plurime.
Il meccanismo d'azione che
rispetta la situazione biomeccanica particolare vertebro - discale permette una
rapida ripresa di qualsiasi attività fisica, sia sportiva che lavorativa, in
maniera stabile e duratura, senza l'insorgere di ulteriori aggravamenti della
patologia artrosica: ciò è molto importante nei pazienti giovani in cui
un'alterazione della struttura e quindi della funzione discale (intervento
chirurgico) causa una precoce insorgenza della degenerazione artrosica con netta
prevalenza dello spazio interessato dall'intervento.
Non richiede assolutamente la
necessità di ricovero né di complesse attrezzature ambientali (radiologiche,
anestesiologiche, per l'asepsi, ecc.) e può quindi essere fatto in qualsiasi
studio medico ed in caso di necessità persino a domicilio del paziente.
CONCLUSIONI
| Guarigioni
cliniche
|
89%
|
| Pazienti
già operati trattati
|
25%
|
|
Operati
dopo insuccesso del trattamento
"DISCOSAN'
|
5,3%
|
|
Recidive
(nella
stessa regione, non solo nello stesso spazio).
|
<3%
|
| Controindicazioni
|
nessuna
|
| Limitazione
alle indicazioni
|
Ernia
completamente calcifica o iperalgica
|
| Necessità
di ricovero
|
nessuna
|
| Complicanze
gravi od effetti negativi
|
nessuno
|
| Necessità
di presidi di rianimazione
|
In
uso al medico generico
|
| Tossicità
acuta o cronica
|
nessuna
|
| Rispetto
della biomeccanica della colonna
|
totale
|
| Rispetto
di tutte le strutture anatomiche
|
totale
|
|
Possibilità
di curare e guarire localizzazioni
plurime
(anche a diversi livelli) senza alcun problema
|
totale
|
| Media
delle sedute necessarie
|
19
|
Questo studio preliminare, che ha già alto
valore scientifico in quanto se esiste la condizione per cui un fatto sia necessario
e sufficiente per il verificarsi di un determinato fenomeno, tale causalità è
una legge scientifica, sarà seguito da uno studio multicentrico che segue i
parametri adottati dagli studi scientifici attuali, per dimostrare che, anche
cambiando o aggiungendo punti di riferimento differenti, il risultato non
cambia.
Un ringraziamento particolare va al Dr Cesare Verga che:
Ha fornito materiale per questo studio.
Ha rivoluzionato il modo di affrontare le DDP con CDR,
semplificandone la classificazione.
Ha rivoluzionato il modo di trattare le DDP con CDR
raggiungendo dei livelli di efficacia prima impensabili, non solo per i
risultati, ma anche per il rispetto del paziente.
Ha regolarmente organizzato degli incontri e dei workshops,
dove ci siamo scambiati idee ed esperienze, che ci hanno permesso di maturare e
di ottimizzare la tecnica.
Dr William Gamba
Medico Chirurgo
Specialista in Ortopedia
Note
“Da un confronto tra due gruppi di pazienti, trattati chirurgicamente ed
in cruentamente, per ernia del disco, Hakelius nel 1970 e Weber nel 1983
osservarono che la prognosi a lungo termine di tale patologia era buona,
indipendentemente dal trattamento. Inoltre questi autori osservarono che nel
gruppo dei pazienti operati, i risultati erano migliori, fino ad un anno
dall’intervento, ma che entro 4 o 5 anni i risultati si sovrapponevano nei
due gruppi. Anche il deficit neurologico si era evoluto favorevolmente nei
due gruppi. Gli unici dati che Weber è riuscito a correlare con un buon
risultato sono stati la giovane età dei pazienti e l’attività fisica.
Nessun altro parametro si è dimostrato statisticamente significativo. In
entrambi gli studi, alcuni pazienti sono stati sottoposti ad intervento
chirurgico per la particolare gravità della sintomatologia,
indipendentemente dalla precedente selezione. In questi casi, la sciatica
acuta ebbe un decorso piuttosto breve (1 o 2 anni) con completo recupero
neurologico. A breve termine, il trattamento chirurgico fornì risultati
migliori sul dolore, ma a lungo termine i risultati erano praticamente
sovrapponibili” (11
)
Shiatsu significa
letteralmente "pressione digitale", nella tecnica non si
usano solo le dita, ma le intere mani ed altre parti del corpo come gomiti,
ginocchia e piedi. Le origini dell'arte dello shiatsu ci giungono
sicuramente dall'Estremo Oriente, come tecnica di massaggio istintivo per "sanare
con il tatto", dalle antiche metodologie di medicina cinese,
sviluppate e portate alla diffusione in Europa, Stati Uniti e Australia dal Giappone
alla fine degli anni '70. Questa arte antica influisce sulla condizione
complessiva della persona che si sottopone al trattamento, agendo
direttamente sull'energia vitale interna " Ki " che
fluisce lungo tutto il corpo. Attraverso la "pressione"
delle dita o di altre parti del corpo si stimola la circolazione sanguigna
ed il flusso linfatico, si agisce sul sistema nervoso allentando la tensione
muscolare più profonda, si rimuovono le tossine dai tessuti, si risveglia
il sistema ormonale e sollecita la capacità di autoguarigione del
corpo.
L'agopressione o
digitopressione è l'agopuntura praticata senza l'ausilio di aghi. Queste
due tecniche presentano infatti molti punti in comune: i principi
fondamentali sono gli stessi, stesse sono le modalità di funzionamento e
stessi i cosiddetti punti di intervento. La differenza sostanziale fra le
due risiede negli strumenti con cui si opera: mentre la più conosciuta
agopuntura sfrutta l'ausilio di aghi, l'agopressione è caratterizzata
dall'assenza di utilizzo di strumenti meccanici invasivi, servendosi invece
soltanto dei polpastrelli dell'operatore. In pratica si agisce sui punti di
agopuntura semplicemente con la pressione delle dita, attuando una sorta di
micromassaggio che, se praticato nel modo corretto, determina un effetto
equivalente a quello suscitato dall'inserzione d'ago. Questo modo di operare
non lo rende comunque meno efficace dell'agopuntura stessa.
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